LETTERA ALLO STUDENTE - Maggio 2024

Lettera n° 40

PERCHÉ IL RICERCATORE DELLA VERITÀ DEVE VIVERE NEL MONDO

Dopo la Trasfigurazione, quando Cristo e i suoi discepoli si preparavano a discendere dalla montagna, quest’ultimi avrebbero preferito rimanere lassù e costruirvi delle dimore. Ciò non poteva essere permesso loro perché il lavoro da fare nel mondo non avrebbe potuto essere portato a buon fine se avessero eseguito il loro progetto.

La Montagna della Trasfigurazione corrisponde alla “Roccia della Verità” nella leggenda di Sigfrido (1), ove lo Spirito liberato viene ammesso a contemplare le realtà eterne. È il Grande Presente (il passato viene simbolizzato da Mosè ed Elia) in cui i profeti dell’antica dispensazione si incontrarono con Cristo,  sovrano Signore del Regno futuro. Ogni Spirito al quale è stato permesso di contemplare gli splendori incomparabili di questo Regno Celeste, di udire le sublimi armonie della Musica delle Sfere, di ammirare i meravigliosi colori che accompagnano questa musica, detesta staccarsene. Se non ci sembrasse di perdere la nostra forma e personalità, pur comprendendo in noi questo intero regno, non avremmo probabilmente la forza di ritornare sulla terra, ma il sentimento di avere “il cielo dentro di noi” ci fortifica quando è venuto il momento di volgere nuovamente i nostri sguardi verso l’esteriore e di occuparci del nostro lavoro nel mondo.

Nel Mondo Fisico gli oggetti nascondono sempre la loro natura e la loro struttura interna: ne vediamo solo la superficie. Nel Mondo del Desiderio gli oggetti sono distinti da noi, e vediamo tanto l’interno quanto l’esterno, ma non ci dicono nulla di se stessi, né della vita che li anima. Nella Regione degli Archetipi sembra non vi  sia circonferenza, in quanto ovunque si rivolga l’attenzione quel punto diviene il centro di tutto e la coscienza si empie di conoscenza riguardante l’essere o la cosa esaminata. Sarebbe più facile incidere su un disco le armonie che ci giungono dalle regioni celesti che descrivere le esperienze incontrate su questo piano, perché non esistono parole per esprimerle: tutto quanto possiamo fare è cercare di viverle.

Ma per viverle bisogna essere nel mondo, per quanto imperfetto possa essere, perché non abbiamo il diritto di tenerci in disparte con la verità che abbiamo trovato. Questa è la lezione che traiamo dalla separazione tra Sigfrido e la sua benamata. Egli non deve restare con lei perché la vita è un perenne cambiamento e la stasi è un grave difetto, in quanto le nuove esperienze sono di vitale importanza per il progresso. Se abbiamo trovato la verità abbiamo l’imperioso dovere di cercare un campo d’azione ove possa servire ed il nostro raccolto dipenderà dal nostro giudizio in questa materia e dalla diligenza con la quale abbiamo piantato ed innaffiato.

Ecco una domanda che dovremmo esaminare con molta attenzione: “Quale uso facciamo degli insegnamenti che riceviamo?” Pur vivendo in una città possiamo essere assenti sulle montagne del mondo dei sogni e così sordi ai clamori di coloro che aspirano a maggior luce come se fossero lontani cento leghe. Se non disseminiamo con l’esempio della nostra vita - che parla in modo più persuasivo delle parole -  la verità che avremo trovato, incorriamo in una grave responsabilità perché “a colui che molto è stato dato, molto sarà richiesto”.

Ricordiamoci che “la conoscenza gonfia, mentre l’amore edifica” e che il servizio è l’unità di misura della vera grandezza.

(1)  “I Misteri delle Grandi Opere” - cap. 11.

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