LETTERA ALLO STUDENTE - Luglio 2022

IMMORTALITÀ DELL’ANIMA

Domanda n. 29

Alcuni suppongono che ogni anima abbia un inizio e una durata infinita. Altri confutano questa ipotesi e ritengono che la morte ponga fine ad ogni esistenza. Vorrei trovare, a questo proposito, un argomento o un passaggio biblico che possa dimostrare l’infondatezza del loro pensiero.

Risposta - Benché ci siano molti modi per dimostrare che con la morte non termina la vita, temiamo che non ci siano argomenti validi per convincere colui che non accetta il trascendente. Ricordate a questo proposito, la parabola del ricco epulone e di Lazzaro in cui l’uomo ricco desiderava che Lazzaro resuscitasse e ritornasse ad avvertire i suoi parenti? Ebbene il Signore disse: “Se non ascoltano Mosé e i profeti non si lasceranno persuadere neppure da un morto risuscitato”. Abbiamo sentito affermare a degli scienziati che non si sarebbero lasciati convincere della tesi che postula la continuità della vita dopo la morte, neppure se posti di fronte all’apparizione di un fantasma, poiché secondo il loro pensiero empirico, avevano stabilito che i fantasmi non potevano esistere. Dunque, se effettivamente avessero visto un’apparizione, avrebbero pensato di soffrire di allucinazioni.

Nell’Antico Testamento non esiste la parola “immortale”, ma: “Mortali, morirete”, e come ricompensa all’obbedienza divina veniva promessa una lunga vita. Questa parola non si trova neppure nei quattro Vangeli; al contrario è citata sei volte nelle epistole di San Paolo. In un passaggio San Paolo dice che il Cristo ha rivelato l’immortalità attraverso il Vangelo. In un altro passo si sostiene che il corpo mortale deve rivestire l’immortalità. In un terzo brano l’apostolo Paolo precisa che questa immortalità è data a coloro che la ricercano. Nel quarto, San Paolo parla del nostro stato “quando questo corpo mortale avrà rivestito l’immortalità”. In un quinto punto egli dichiara che “Dio solo è immortale”; mentre il sesto passaggio è un’adorazione del Re eterno immortale e invisibile. La Bibbia non insegna che l’anima è immortale, bensì afferma che “l’anima che pecca deve morire”.

Questo evento sarebbe impossibile se l’anima fosse intrinsecamente imperitura. Non possiamo provare l’immortalità con passaggi biblici simili a quello di Giovanni (3:16) in cui si afferma che: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito affinché chiunque creda in Lui non perisca ma abbia la vita eterna”. Se ci riferiamo a queste parole per provare che l’anima è senza fine, cioè dotata di vita eterna, dobbiamo anche accettare i passaggi che dicono che le anime sono condannate ai tormenti eterni come pretendono certe sette. Tuttavia, in realtà questi brani non provano l’eternità e neppure la salvezza o la dannazione. Se consultate un dizionario di greco, constaterete che la parola tradotta nella Bibbia come immortale corrisponde al termine greco “aïônios” che significa “per un po’ di tempo, un’età, la durata di una vita”. Capirete facilmente quello che San Paolo voleva dire quando scrive a Filemone riguardo Onesimo: “Forse si è separato da te per un certo tempo, affinché tu lo ritrovi per sempre”. Le parole “per sempre” potevano essere solamente riferite a qualche anno della vita terrestre di Onesimo e non a un periodo indefinito.

Qual è dunque la soluzione? L’immortalità è solo una fantasia dell’immaginazione? Non esistono prove certe? No, non ve ne sono, ma è significativo fare una netta distinzione tra il concetto di anima e quello di spirito, troppo spesso ritenuti sinonimi. Nella Bibbia la parola ebraica Ruach e quella greca Pneuma vogliono dire spirito, mentre la parola ebraica Neshammah e la parola greca Psukhé significano anima. Troviamo anche la parola ebraica Nephesh, che significa respiro o soffio, tradotta in certi punti come vita e altrove come anima, a seconda di come risultava più consono al traduttore. Questo modo di tradurre ha generato confusione. Per esempio, si legge nella Genesi che Jehova formò l’uomo dalla polvere della terra e soffiò nelle narici il soffio (nephesh) e l’uomo divenne una creatura respirante (nephesh chayim) e non un’anima vivente.

Per quanto riguarda il concetto di morte leggiamo nell’Ecclesiaste (3:19-20) che non esiste differenza alcuna tra l’uomo e l’animale: “Come muore l’uno, così muore l’altro, poiché hanno il medesimo soffio (nephesh)”, sottintendendo che l’uomo non ha nessuna preminenza sulla bestia e ambedue vanno in un medesimo luogo. Ma una distinzione netta viene fatta tra lo spirito ed il corpo, poiché si dice che “quando la corda d’argento si rompe il corpo ritorna alla terra da dove è uscito e lo spirito a Dio che lo ha dato”. La parola morte non è connessa allo spirito e la dottrina dell’immortalità dello spirito viene insegnata in un passo della Bibbia in modo chiaro (Matteo 11:14) quando Cristo dice a proposito di Giovanni Battista: “È Elia”. Lo spirito che aveva animato il corpo di Elia si è reincarnato in Giovanni Battista, quindi è sopravvissuto alla morte del corpo ed ha continuato a vivere.

Per un approfondimento di queste argomentazioni, dobbiamo rivolgerci alla dottrina mistica e alla “Cosmogonia dei Rosacroce”, che insegna che gli Spiriti Vergini, inviati nel deserto del mondo come raggi di luce della Fiamma Divina, che è il nostro Padre Celeste, hanno dapprima subito un processo di involuzione nella materia ed ogni raggio si è cristallizzato in un corpo triplice. La mente è stata creata in seguito e divenne il punto di svolta dall’involuzione all’evoluzione. L’epigenesi, il divino potere creatore dello Spirito interiore, è il fenomeno con il quale il triplice corpo viene spiritualizzato in triplice anima e amalgamato al triplice spirito. L’anima è il prodotto dell’esperienza di cui si nutre lo Spirito per procedere da uno stadio di ignoranza ad una fase di onniscienza, dall’impotenza all’onnipotenza, per diventare finalmente simile al nostro Padre Celeste.

Con le nostre capacità limitate ci è impossibile capire l’importanza fondamentale di questo compito. Possiamo comunque comprendere che il cammino che conduce all’onniscienza e all’onnipotenza è ancora lungo, per cui saranno necessarie ancora numerose vite. Ecco perché, come i bambini frequentano le scuole, così anche noi frequentiamo la scuola della vita. Come i bambini si riposano durante le notti tra un giorno di scuola e quello successivo, riprendendo poi gli studi dal punto in cui li hanno lasciati, così alla scuola della vita vi sono delle notti che separano un giorno dall’altro, che permettono il processo della reincarnazione e la ripresa delle lezioni della vita dal momento in cui le abbiamo lasciate nell’esistenza precedente.

Se il nostro interlocutore desidera sapere perché non ci ricordiamo delle esistenze precedenti, e se le abbiamo avute, la risposta è semplice. Se non ricordiamo quello che abbiamo fatto un mese, un anno o parecchi anni or sono, come potremo pretendere di risalire con la memoria in un tempo troppo distante, quando avevamo un cervello diverso da quello attuale, legato alla vita precedente? Comunque esistono delle persone che ricordano le esistenze passate ed il loro numero è destinato ad accrescersi poiché la facoltà di regredire nel tempo è latente in ogni essere umano.

Come dice giustamente San Paolo nel capitolo quindicesimo della prima epistola ai Corinzi: “Se i morti non risuscitano la nostra fede è vana e noi siamo i più miserabili tra tutti gli uomini”. Per questa ragione il neofita che sta passando, attraverso la porta dell’iniziazione, nei mondi invisibili, viene sempre condotto al letto di un bambino morente, per poter assistere al distacco dello Spirito, e poterlo seguire nei mondi invisibili fino al momento in cui si ha una nuova incarnazione. Di solito il soggetto prescelto è un bambino destinato a rinascere tra un anno o due, un lasso di tempo relativamente breve che permette così al neofita di osservare come uno spirito passa attraverso la porta della morte ed entra di nuovo nella vita fisica penetrando nel grembo materno, evento questo che costituisce la miglior prova del processo della reincarnazione. Per coloro che non sono pronti a pagare il prezzo che si esige per ottenere la conoscenza individuale, la quale non può essere comprata con dell’oro, bensì è raggiungibile solo attraverso il sacrificio di se stessi, debbono essere sufficienti la fede e la ragione.

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